Virtuosità o virtuosismo?

La parola virtuosismo non gode di una grande reputazione. In ambito musicale rimanda spesso alla pura ostentazione tecnica, all’esibizionismo da circo, a un fare che impressiona senza necessariamente dire qualcosa. Un gioco di abilità che cattura l’attenzione per qualche istante, ma che raramente lascia un segno profondo.
Eppure, in questa diffidenza si perde di vista un dettaglio non secondario: la radice etimologica è virtù. E la virtù, nella sua accezione originaria, non ha nulla a che fare con il trucco o con l’effetto speciale. Indica piuttosto una qualità stabile, una forza, una capacità che permette all’individuo di reggere, di agire, di esprimersi pienamente.
È per questo che, quando parlo delle qualità necessarie a un musicista di altissimo livello, preferisco usare il termine virtuosità. Non come vezzo linguistico, ma perché descrive un concetto più ampio e più profondo. La padronanza tecnica — ovviamente imprescindibile — è solo una delle componenti che rendono un musicista realmente completo. Da sola non basta, ma senza di essa tutto il resto rimane fragile.
La virtuosità, in questo senso, è la padronanza integrata di molte dimensioni: meccaniche, psicologiche, artistiche, interpretative. È la capacità di gestire il proprio strumento, il proprio corpo, l’attenzione, l’energia mentale, la pressione del momento, la relazione con il pubblico. Non come elementi separati, ma come parti di un unico sistema che funziona in modo coerente.
Questa padronanza globale non è un fine in sé. Al contrario: è ciò che rende possibile l’espressione artistica autentica. Se una parte dell’attenzione è occupata dalla preoccupazione tecnica, dalla paura dell’errore o dal controllo eccessivo, il contatto si interrompe. Non può esserci vera comunicazione, perché l’interprete è ancora impegnato a gestire invece che a dire.
Quando tutte queste componenti sono sufficientemente integrate, accade qualcosa di diverso. La tecnica smette di farsi sentire, la tensione si scioglie, e diventa possibile quella situazione rara e quasi indescrivibile in cui il musicista non esegue la musica, ma la diventa — insieme al pubblico. Non c’è più una separazione netta tra chi suona e chi ascolta: c’è un’esperienza condivisa, viva, irripetibile.
Il problema è che la formazione musicale tradizionale, molto spesso, si ferma prima. Si concentra quasi esclusivamente sugli aspetti tecnici e stilistici, trascurando tutto ciò che viene considerato “extra musicale”: la gestione psicologica, la motivazione, la presenza scenica, la capacità di reggere la pressione, persino le competenze comunicative e promozionali. Il risultato è un musicista preparato, ma incompleto, lasciato solo a trovare la propria strada per tentativi ed errori.
La virtuosità nasce proprio dove questi vuoti vengono colmati. Non aggiungendo complicazioni, ma togliendo ostacoli. Per questo, forse, la domanda più utile da porsi non è come superare quel passaggio difficile, ma qualcosa di più radicale: come manifestare l’idea musicale senza essere ostacolato da problemi tecnici, mentali o emotivi? È lì che il virtuosismo si dissolve — e comincia la virtuosità.
by Bruno


